Cari ragazzi,
siamo arrivati ormai alla fine dell’anno scolastico, alla fine di un anno reso unico da un’emergenza sanitaria senza precedenti, che ci ha obbligati all’isolamento prima e al distanziamento sociale dopo, ma mai al distanziamento umano.
In questo surreale mio primo anno nella nostra scuola, ho potuto constatare, proprio durante le difficoltà, come si tratti di una scuola che, fedele all’idea di humanitas, mette al centro lo studente accompagnandolo nel suo percorso, ascoltandone i problemi e valorizzandone le qualità.
Quando insegnavo, c’era un momento dell’anno scolastico che mi emozionava più di altri e coincideva con la campanella dell’ultima ora dell’ultimo giorno di scuola. Vedere tutti quei ragazzi piangere e gioire, ballare, cantare, farsi gavettoni, assistere a tutta quella euforia, che è una sorta di ultimo scampolo di fanciullezza, un rito di ingresso definitivo nel mondo adulto, mi ha sempre commosso. Loro gioivano ed io con loro, anche se sentivo crescere dentro di me il magone di doverli lasciare, dopo tre, cinque anni di vita intensa vissuta assieme. In quel momento, avrei voluto accompagnarli ancora un po’ lungo il cammino e invece era giunta l’ora che iniziassero a camminare da soli.
Oggi, sapere che quel momento non ci sarà, mi rattrista molto, anche se condivido le ragioni e il buon senso che lo impediscono. La salute, infatti, viene prima di ogni altra cosa. Ma, mentre giro tra i corridoi di una scuola spenta, il suono della campanella irrompe aspro e prepotente, blocca i miei pensieri e mi fa sentire sola. Aspetto ancora di sentire le vostre voci allegre che escono dalle aule aperte ormai deserte, aspetto di incontrare i sorrisi dei docenti che sorvegliano l’intervallo, dei “bidelli” intenti a riprendere gli alunni che sporcano i bagni o che combinano qualche “diavoleria”. Ma intorno a me solo un assordante silenzio e l’odore acre di candeggina. La campanella continuerà a suonare ogni ora di ogni giorno e aspetterà di rivedervi entrare, io con lei aspetto di rivedere i vostri volti, i vostri occhi ridenti, i vostri sorrisi felici.
Il mio pensiero va in modo particolare ai miei ragazzi della secondaria, a quelli di terza che l’anno prossimo si affacceranno al mondo della scuola superiore. È stato un anno scolastico importante, inedito e difficile, perché siete stati chiamati a scegliere della vostra vita, in una condizione non usuale, a porvi una domanda alla quale non è stato facile dare una risposta: “Cosa voglio fare da grande?”. Sicuramente in futuro capiterà di incontrarci: mi auguro di ritrovarvi disponibili, sensibili ed aperti alle esperienze che il mondo e la vita vi proporranno.
Voglio darvi un ultimo consiglio: studiate per voi. Pensare costa fatica, scegliere costa fatica: faticare è dunque la “condanna” che tocca a voi ed a noi tutti. Chi non fatica è perduto!
Considerate un buon progetto, un obiettivo, quello di realizzare sogni e desideri: con buona volontà e fortuna si vince.
Io vi auguro questo, ma anche di essere sempre aggiornati, curiosi, interagenti con noi, tra voi e col mondo e mi auguro di rivederci quanto prima migliori di prima, di ieri l’altro, di quando ci siamo lasciati in piena emergenza sanitaria nazionale.
Vi ricorderò con gioia, ognuno per quello che ha dato e che è stato; spero che voi qualche volta ricorderete quello che abbiamo costruito, quelle belle mattinate iniziate sempre col sorriso sulle labbra perché, come più volte vi ho sempre detto e come mi ha insegnato il grande Gianni Rodari, “a me non piacciono le scuole in cui si ride troppo poco”.
A tutti voi raccomando di festeggiare comunque la fine dell’anno, compatibilmente con le misure di prevenzione, nel rispetto verso voi stessi e verso gli altri. Non so come, ma voi ragazzi senz’altro saprete inventarvi qualcosa, perché voi siete vita e la vita non si ferma.
Confido, con tutti voi, che ci rivedremo presto e vi abbraccio forte perché, come vi ho detto a settembre, siete i miei ragazzi.
La vostra Preside
Regina Ciccarelli

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